Omo, l'altra Etiopia

Un pezzo d'Africa primitiva e selvaggia. Uomini con kalashnikov spingono mandrie di vacche lungo piste di terra rossa fino alle sponde del fiume. Cortei di donne vanno e vengono dalle acque dell'Omo con grandi zucche in equilibrio sulla testa. Pescatori dai corpi lucidi e dalle profonde cicatrici issano grandi pesci sulle spalle e li trasportano all'ombra del primo albero. Giovani barcaioli spingono tronchi-canoa: con una pertica sfidano la corrente fino all'approdo di fango dell'altra sponda. Nella valle dell'Omo vivono pescatori, agricoltori sedentari, cacciatori seminomadi, pastori transumanti, mandriani per i quali le vacche sono tutto, guerrieri armati piu' di fucili che di lance. Le donne, come ovunque in Africa, tengono assieme famiglia e societa'. Genti divise dal controllo dei territori e del bestiame e accomunati da una vita dura e difficile: risorse scarse, ricerca affannosa del cibo e di un benessere elementare. Costante ed endemica e' la minaccia di morbi come malaria o malattia del sonno. Si sopravvive grazie ad un'agricoltura di sussistenza ed ad un'economia arcaica. I popoli dell'Omo hanno tradizioni che si contaminano fra di loro. Ritualita' e cerimonie, feste, lutti e appuntamenti annuali (le lotte con i bastoni, le cerimonie del salto del toro per gli hamer, le danze nei momenti di felicita') sono eventi rurali, semplici e complessi allo stesso tempo. E' un melting-pot di etnie. I galeb sono eleganti e vanitosi, i mursi sono celebri per le loro impressionanti deformazioni labiali, i konso sono scultori di totem raffinati, ma anche contadini esperti e artigiani apprezzati. Gli hamer sono tranquilli, disponibili ed affascinanti, i surma, popolo della sponda occidentale dell'Omo, sono bellicosi e diffidenti, i karo sono nervosi e scontrosi. I dorze sono considerati i migliori tessitori dell'Etiopia, ed infine i borana, dispersi lungo la frontiera con il Kenya.

Omo, l'altra Etiopia
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Copyright © Antonella Monzoni
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